Ci sono famiglie che, appena le incontri, ti danno qualcosa.
Un modo diverso di guardare le cose, una leggerezza inattesa, la sensazione che anche nei momenti più complessi possa esistere uno spazio per il sorriso.
La famiglia di Giulia è così. Laura, Alessandro, Elena e Giulia sono legati da una complicità evidente. Si cercano, si sostengono, ironizzano. Nella sofferenza hanno trovato un’unione ancora più profonda, non per cancellare ciò che è accaduto, ma per attraversarlo insieme, senza lasciare che fosse solo il dolore a raccontarli.
Giulia aveva appena nove anni quando i mal di testa sono diventati sempre più forti. Erano dolori invalidanti, che l’hanno portata più volte in pronto soccorso e hanno lasciato alla famiglia la sensazione che qualcosa non tornasse. All’inizio si era pensato a una forma influenzale particolarmente aggressiva, ma Giulia continuava a stare male.
Poi è arrivata la diagnosi. Nella sua testa c’era una “monetina”. È così che la famiglia ha scelto di chiamarla. Una parola piccola, quasi leggera, per dare un nome a qualcosa che faceva paura. Era un tumore. Un tumore inoperabile, destinato a restare lì, ma da affrontare con un percorso di cura attento, costante e il più possibile vicino alla vita di Giulia.
L’intervento avviene al Meyer di Firenze. Il 19 gennaio, per Laura, diventa il giorno di un nuovo inizio per Giulia. Non la fine della malattia, ma l’inizio di un modo diverso di starle accanto, con tutto ciò che la medicina, la famiglia e la cura quotidiana possono fare. Da lì comincia un nuovo tratto del percorso, con diciotto mesi di chemioterapia e la possibilità di seguire il protocollo a Catania, al Policlinico.
Laura e Alessandro scelgono di tornare. Lo fanno per Giulia, ma anche per Elena, sua sorella. Fino a quel momento Elena aveva seguito tutto da lontano, in una solitudine difficile da spiegare. Quando una figlia è in ospedale, chi resta distante vive un’assenza che pesa moltissimo. Si sente fuori, impotente, escluso da qualcosa che lo riguarda profondamente. Allo stesso tempo, il genitore che è accanto alla figlia ricoverata porta con sé un’altra mancanza. Sa di esserci dove deve essere, ma sente di non poter essere altrove, accanto all’altra figlia, come vorrebbe.
È una frattura silenziosa, che molte famiglie conoscono. Da una parte c’è l’urgenza della cura. Dall’altra il bisogno di restare famiglia, anche quando la malattia impone distanze, stanze separate e tempi diversi.
Al Policlinico, a Laura e Alessandro viene raccontato di WonderLAD. Giulia rientra in un percorso sperimentale che le permette di iniziare la terapia riabilitativa contemporaneamente alla chemioterapia. Questo passaggio si rivela fondamentale. Intervenire subito, senza aspettare la fine delle cure, significa aiutare il corpo e la mente a reagire meglio, riducendo alcuni sintomi e contenendo gli effetti che la malattia e le terapie possono lasciare nel quotidiano.
Per Giulia, la riabilitazione tempestiva e le attività di arteterapia non sono state qualcosa in più. Sono diventate parte del percorso di cura. Hanno accompagnato il corpo durante la terapia e, allo stesso tempo, le hanno offerto strumenti di espressione, fiducia e continuità. Il gioco, l’arte, la creatività e il movimento l’hanno aiutata a ritrovare possibilità, piccoli traguardi, gesti di normalità.
L’incontro con WonderLAD è stato entusiasmante. Laura racconta la dolcezza della Dott.ssa Cinzia Favara Scacco come una presenza capace di rassicurare e coinvolgere. Le bambine non vedevano l’ora di iniziare. Non era soltanto un posto in cui andare, ma uno spazio in cui sentirsi accolte, capite, accompagnate.
Questa accoglienza, però, non riguardava solo Giulia.
Per la prima volta, la famiglia ha sentito che il percorso guardava a tutti loro. Anche Elena ha trovato una sua dimensione. La sua paura, la sua ansia, il suo sentirsi lontana sono stati riconosciuti. Nei laboratori, soprattutto in quello di scrittura creativa, ha potuto dare voce a ciò che provava. Ha trasformato il silenzio in parole, la preoccupazione in racconto, la distanza in presenza.
WonderLAD aiuta anche in questo. Permette alle famiglie di elaborare ciò che accade mentre accade. Non dopo, non quando tutto è finito, ma nel mezzo del percorso, quando le emozioni sono confuse, i ruoli cambiano e ciascuno cerca il proprio modo per restare vicino.
In quei mesi, anche Laura scopre di avere un tumore. Madre e figlia si ritrovano così ad affrontare due percorsi di cura nello stesso tempo. Mentre Laura e Giulia vivono le giornate legate alle terapie, Alessandro ed Elena restano spesso fuori dall’ospedale. Aspettano, sostengono, provano a esserci. Ognuno con il proprio carico. Ognuno con il proprio modo di amare.
La storia di Giulia non riguarda solo una diagnosi e un percorso terapeutico. Racconta una famiglia che ha dovuto imparare nuove distanze e nuovi equilibri. Racconta una sorella che aveva bisogno di essere vista, due genitori divisi tra presenza e mancanza, una bambina che dentro un’esperienza complessa ha potuto continuare a esprimersi, creare, recuperare, sentirsi se stessa.
Per loro, WonderLAD è stata una casa piena di cura. Uno spazio in cui la riabilitazione, l’arteterapia, l’ascolto e la relazione sono diventati parte di uno stesso cammino. La malattia non è stata nascosta, ma non è stata lasciata sola al centro della scena. Accanto alla paura sono entrati il colore, la scrittura, il movimento, la bellezza e la possibilità di sentirsi ancora dentro la vita.
Oggi Laura, Alessandro, Elena e Giulia portano con sé un messaggio semplice e profondo. Il dolore può insegnare ad amare meglio, a guardare con più attenzione, a riconoscere la bellezza nelle cose essenziali, a essere più autentici.
Non perché il percorso sia stato facile. E non perché tutto sia risolto. Ma perché, dentro quel percorso, hanno trovato abbracci, spazi e persone capaci di accompagnarli. E quando una famiglia si sente accompagnata, anche ciò che sembra impossibile da sostenere può diventare un’esperienza da attraversare insieme.