Si è concluso a fine giugno il tirocinio presso il reparto di Emato-Oncologia Pediatrica del Policlinico di Catania per gli allievi del Master universitario di II livello in Psico-Oncologia, organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dall’Istituto di Neuroscienze e Gestalt “Nino Trapani” di Siracusa. Abbiamo chiesto alle tirocinanti – Federica, Giorgia, Egle, Emanuela e Irene – di raccontarci con parole loro questa importante esperienza di formazione e di pratica di Arteterapia in Psico-oncologia pediatrica. È anche il nostro modo per ringraziarle del prezioso lavoro svolto, in reparto, durante il tirocinio.

Oltre le parole. Approdare in una terra in cui ci si sente estranei, con una lingua che non conosci, di usi e costumi diversi, non è facile. Ancora di più se si è giovani, soli e con una bimba piccola che ha bisogno di aiuto perché le hanno diagnosticato una malattia oncologica. La storia di Giada (nome di fantasia per ragioni di privacy) la raccontano i suoi grandi occhi scuri pieni di coraggio, che ci hanno sorriso non appena le abbiamo mostrato che nel reparto di Oncoematologia pediatrica ci sarebbe stato uno spazio per lei e per la sua bimba, in cui creare delle cose insieme. Giada ha scoperto che l’indicibile può diventare una nuvola, un fiore, un sole e qualunque forma si voglia dare. Basta solo avere il desiderio di connettersi con l’altro ed esplorare infiniti modi possibili per esserci nel qui e ora.

Il tempo della cura. Nella nostra esperienza in reparto abbiamo cercato di creare e donare uno spazio e un tempo in cui ricominciare a coltivare la leggerezza, a ricordare desideri riposti in un cassetto, a ricucire un senso di spensieratezza perduta, ormai sopita dall’ombra grigia della malattia, che infesta come un tarlo, che attacca il corpo e lo spirito: attraverso la carta, i colori e il potere evocativo delle immagini, la parola diventa superflua e si trasforma in gesto, pensiero concreto, tempo di cura. Ed è proprio grazie all’aiuto di un collage che Giada, mamma della piccola Maria (anche questo nome di fantasia) e che sta ancora imparando la lingua italiana, ci ha raccontato la sua storia, una storia fatta di solitudine – non solo quella che impone la malattia oncologica, ma anche la solitudine del “diverso”, dello straniero – e di nostalgia di una terra lontana che ricorda scovando delle similitudini con quella in cui vive. Attraverso la parola – e l’immagine – Giada ha scoperto che può esistere un ponte e che può attraversarlo, e che arriverà un tempo in cui il sole ritornerà a splendere sul suo cielo.

Raggio di sole tra le nuvole. La gratificazione che si vede negli occhi delle mamme, la voglia di fare, di mettersi in gioco, di ritagliarsi un tempo per se stesse. Gli occhi lucidi di chi aveva bisogno di quella carezza, di quel sorriso che ti ricorda cosa c’è all’esterno del reparto, che non sei sola, di chi ti capisce nonostante tu parli un’altra lingua e trova modi alternativi per ascoltarti, per esserci. Queste mamme le abbiamo accompagnate e prese per mano per sostenerle lungo il cammino, per esserci pur restando in silenzio perché, in fondo, le parole sarebbero state superflue.