Nel Master di Psico-oncologia pediatrica, l’intervento della Dott.ssa Magda Di Renzo ha offerto una riflessione di particolare valore sul modo in cui il bambino vive il percorso di cura.

Il suo contributo è stato significativo per la profondità dello sguardo maturato in anni di esperienza clinica e formativa nell’ambito dell’età evolutiva. In qualità di responsabile del servizio di Psicoterapia dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Istituto di Ortofonologia di Roma, accompagna da tempo bambini, adolescenti e famiglie nei passaggi più delicati del loro sviluppo, affiancando all’attività clinica anche la formazione e la supervisione di professionisti.

È proprio questa conoscenza profonda del mondo interno del bambino, delle sue fragilità e delle sue risorse espressive, a rendere la sua prospettiva così rilevante anche in ambito psico-oncologico.

La sua riflessione prende avvio da un presupposto tanto semplice quanto decisivo, secondo cui il corpo del bambino non può mai essere pensato separatamente dalla mente.
È anche il primo spazio dell’esperienza, della percezione, della relazione con il mondo.

Quando irrompe un trauma, questa unità rischia di spezzarsi. Anche nell’adulto il trauma può interrompere il legame tra esperienza vissuta e possibilità di darle senso. Nel bambino, però, questa frattura può avere effetti ancora più profondi sul piano dello sviluppo, perché si produce in un tempo in cui mente, linguaggio e regolazione emotiva stanno ancora costruendosi. Così il fare si separa dal pensare, l’esperienza si interrompe e il dolore resta presente, ma fatica a trasformarsi in racconto condivisibile. In questo senso, uno dei passaggi centrali richiamati dalla Dott.ssa Di Renzo riguarda proprio la necessità di “mentalizzare il disagio”, cioè dare forma, nome e pensiero a ciò che altrimenti rischia di restare bloccato nel corpo e nei comportamenti.

Questa condizione diventa ancora più delicata se osservata nel contesto culturale in cui oggi molti bambini crescono. Sempre più spesso l’esperienza infantile è segnata da una riduzione degli stimoli autentici: tempi rapidi, sovraesposizione ai contenuti digitali, attività troppo guidate, poco spazio per l’immaginazione, l’osservazione, la scoperta. Si guarda molto, ma si osserva poco. Si eseguono consegne, ma si sperimenta meno. E così si indebolisce, gradualmente, la capacità di esplorare il mondo con curiosità e libertà.

Nel bambino ospedalizzato tutto questo si amplifica. L’ospedalizzazione, infatti, interrompe la continuità della vita quotidiana, modifica ritmi, abitudini, spazi, relazioni. Alla fatica della malattia si aggiunge spesso una perdita di normalità che priva il bambino di esperienze fondamentali: il gioco spontaneo, il movimento libero, la varietà degli stimoli sensoriali, gli scambi quotidiani non mediati dalla necessità clinica. In una situazione come questa, il rischio di un rallentamento o di un blocco nel percorso evolutivo e cognitivo diventa concreto.

Per questo la cura non può limitarsi alla sola dimensione sanitaria. Accanto alla competenza clinica, serve uno spazio capace di ricucire, riattivare, restituire continuità all’esperienza del bambino. È qui che il modello WonderLAD mostra tutta la sua forza, non come elemento accessorio, ma come parte integrante di una visione della cura che riconosce il bambino nella sua interezza. Una visione che, riprendendo una delle espressioni più significative emerse durante l’intervento, mira a “ripristinare la continuità dell’esistenza e la vitalità”.

WonderLAD agisce infatti su due dimensioni fondamentali, strettamente connesse tra loro: la relazione di cura e l’arte come strumento espressivo.

L’arte è preziosa perché raggiunge ciò che spesso la parola, da sola, non riesce a toccare. Nel trauma ci sono vissuti che restano senza linguaggio, emozioni che la mente non riesce ancora a organizzare in un racconto. Ma ciò che non si riesce a dire non smette per questo di esistere. Continua ad abitare il corpo, i gesti, i silenzi, le paure, le chiusure.

Per questo le arti (visive, performative, narrative, audiovisive o applicate) diventano strumenti così importanti. Non chiedono subito di spiegare. Permettono prima di esprimere. Offrono una via d’uscita a ciò che dentro resta bloccato. In questo senso, l’esperienza artistica tocca una dimensione originaria dello sviluppo: lì dove sentire, immaginare e creare vengono prima del definire.

Per un bambino che attraversa un’esperienza complessa, questo passaggio è essenziale. Attraverso l’arte, il dolore non viene negato, ma accolto e trasformato. Può prendere forma in un colore, in un gesto, in un’immagine, in un suono. Può trovare una strada per emergere e diventare condivisibile.

Ma l’arte, da sola, non basta. Per essere davvero trasformativa, ha bisogno di essere custodita dentro un legame capace di accogliere anche ciò che fa male. È proprio qui che emerge l’altro grande nucleo dell’intervento della Dott.ssa Di Renzo, la relazione di cura.

Nel caso della malattia oncologica, infatti, la sofferenza non riguarda mai soltanto il bambino. Coinvolge l’intero nucleo familiare, modifica equilibri, tempi, abitudini, introduce paura, stanchezza, incertezza. È ciò che la Dott.ssa Di Renzo richiama anche attraverso il concetto di “doppio trauma”: quello vissuto dal bambino e quello che attraversa, insieme a lui, i genitori. Per questo la cura deve saper guardare al bambino, ma anche al sistema di relazioni che lo accompagna. Deve poter offrire un luogo in cui la fragilità non venga nascosta o compressa, ma riconosciuta e sostenuta.

Qui entra in gioco un concetto decisivo: saper restare nel dolore.

Restare nel dolore non significa amplificarlo né subirlo passivamente. Significa non fuggirlo. Significa non avere fretta di coprirlo con parole semplicistiche o rassicurazioni automatiche. Significa riconoscere che esistono esperienze che chiedono, prima di tutto, presenza. Una presenza capace di accogliere, ascoltare, sostenere senza invadere.

Nella relazione di cura, restare nel dolore vuol dire fare spazio a ciò che il bambino e la famiglia stanno vivendo, senza ridurlo soltanto a un problema da risolvere. Vuol dire esserci in modo affidabile, offrendo quella continuità emotiva che aiuta a ricostruire fiducia, senso e possibilità.

È in questa prospettiva che WonderLAD rappresenta una risposta concreta e necessaria. Perché crea uno spazio accogliente e a misura di bambino, valorizza la bellezza come fonte di benessere, riconosce nell’arte un ponte tra emozioni e cura e mette al centro un’idea di accompagnamento fondata su vicinanza, comunità e autenticità.

In questa visione, la malattia non definisce la persona. Il bambino resta bambino, con il suo diritto all’infanzia, all’espressione, alla creatività, alla gioia, alla possibilità di continuare a immaginare. 

Il cuore del messaggio emerso dall’intervento della Dott.ssa Magda Di Renzo sta forse proprio nell’idea che, anche quando il dolore non riesce a diventare parola, non per questo debba restare senza voce.
Può passare attraverso un segno, un colore, una relazione affidabile, uno spazio capace di accogliere.

È lì che la cura diventa davvero completa. Quando, accanto alla terapia, continua a proteggere ciò che nel bambino resta vivo, sensibile, creativo e profondamente umano.